
Che sono poi di due tipi:
a) quelli dei ricercatori italiani all’estero, che si potrebbero anche recuperare;
b) quelli di coloro che dovrebbero agire in fretta per incentivarne il ritorno… e che restano ahimè irrecuperabili.
Alfonso Fuggetta, CEO di CEFRIEL (ICT Center of Excellence For Research, Innovation, Education and industrial Labs partnership), sul suo blog, anche citato da Dario Bonacina, illustra come meglio non si potrebbe la situazione della ricerca italiana.
Ho il ricordo di qualche lezione di Alfonso al Politecnico di Milano, fine anni 80, nelle esercitazioni del corso di Ingegneria del Software di Carlo Ghezzi: in particolare sulla programmazione ad eventi in Windows (erano i tempi del mitico Windows SDK).
Il titolo del post fa anche probabile riferimento al recente “Patto per l’Università e la Ricerca” agostano del duo Mussi-Padoa Schioppa.
Risparmiatevi pure il video della conferenza (è una lagna inutile) e la lettera dei ministri ai presidenti di CUN, CRUI, CNSU, CNVSU e CIVR (vari e diversi organi di governo dell’ università e ricerca italiana). Il succo è: se vi impegnate a spendere un po’ meglio i quattro soldi che vi diamo, allora potremmo forse considerare la possibilità di darvene un po’ di più (ma sempre che le finanze ce lo consentano davvero).
Questa sarebbe quella che il Mussi, nel video lagna, chiama “l’impegnativa lettera congiunta a firma mia e di Padoa Schioppa” (peraltro ridacchiando nel contempo sotto i baffi) e “un messaggio forte a tutto il mondo dell’ università, al Parlamento e all’opinione pubblica italiana”.
L’unico documento che vale la pena di leggere (o almeno di scorrere), anche se molto tecnico, è il rapporto della “commissione Muraro” circa le “Misure per il risanamento finanziario e l’incentivazione dell’efficacia e dell’efficienza del sistema universitario”: è un documento accurato.
Gilberto Muraro è docente di Scienza delle Finanze alla Facoltà di Giurisprudenza di Padova, nonchè ex-rettore del Bo.
Qui si “scoprono” alcuni dati molto interessanti:
- un’incidenza della spesa italiana per l’Università sul PIL ai valori minimi fra i paesi di area OCSE, con l’aggravante di un tasso di crescita fra il 2000 e il 2003 fra i più bassi in assoluto. Nel 2003, ad esempio, l’incidenza della spesa sul PIL era in Italia pari allo 0,9% contro la media OCSE dell’1,4%. Negli USA l’incidenza era del 2,9%, in Belgio dell’1,3%, in Danimarca dell’1,8%, in Francia dell’1,4%, in Germania dell’1,1%, in Olanda dell’1,3%. E secondo la “Strategia di Lisbona“, patto sottoscritto anche dall’ Italia, dovrebbe arrivare almeno al 2% per l’università ed al 3% per la ricerca. [Praticamente siamo il fanalino di coda in Europa]
- il sistema universitario soffre di una generale carenza di finanziamento, aggravatasi negli ultimi anni a seguito dei tagli imposti dalle leggi finanziarie;
- il finanziamento è prevalentemente basato sulla spesa storica: il Fondo di Finanziamento ordinario (FFO) ha collegamenti modesti con l’attività di ricerca e didattica;
- nonostante l’esistenza fin dal 1998 di un vincolo relativo alla quota massima del 90% delle spese fisse per il personale di ruolo sul FFO, peraltro attenuato con un metodo di calcolo meno stringente a partire dal 2004, alcune Università hanno superato questo tetto;
- la crescita della spesa per il personale è stata favorita dal processo accelerato di reclutamento e di promozione, avvenuto con un’ampia sottostima dei costi medi a regime da parte di alcune Università;
- vi sono in prospettiva seri problemi di squilibrio finanziario, anche nelle Università gestite in modo più oculato, qualora dovesse perdurare la dinamica discontinua del FFO dell’ultimo periodo, con bassi o nulli tassi di crescita in alcuni anni, che hanno addossato
ai bilanci delle Università il costo degli aumenti automatici delle retribuzioni (scatti stipendiali per anzianità, adeguamento annuale alla media degli incrementi per il personale non contrattualizzato delle pubbliche amministrazioni, incrementi stipendiali per i contratti nazionali del personale tecnico- amministrativo ); - le Università possono esercitare solo parzialmente la propria autonomia per quanto riguarda le entrate derivanti dal finanziamento da parte degli studenti, in quanto è previsto che tali entrate non possano superare il 20% del FFO (anche se, in pratica, il vincolo sembra essere stato superato da alcuni atenei con vari accorgimenti); e tale vincolo è diventato più stringente a fronte della dinamica dei costi e della mancata crescita del FFO; [leggi: si parla delle tasse universitarie]
Scrive, sempre la commissione, che altri aspetti negativi legati alla gestione delle università sono:
- un sistema di governance delle Università con una marcata tendenza all’autoreferenzialità, riflessa nella composizione e nei ruoli del Senato accademico e del Consiglio di amministrazione;
- un sistema di remunerazione “rigida” dei docenti, che non ricompensa il maggiore impegno e la qualità del lavoro prestato né nella didattica né nella ricerca;
- meccanismi concorsuali inefficienti, che non sempre hanno premiato la qualità dei candidati; [ma quando mai?]
- una composizione del corpo docente inadeguata, con troppi professori ordinari e associati rispetto al numero dei ricercatori. In effetti, oggi la docenza universitaria – con 18.000 ordinari, altrettanti associati e 21.000 ricercatori – appare più simile ad un cilindro che non ad una piramide. Per anni le Università hanno preferito spendere risorse per garantire la progressione di carriera dei docenti piuttosto che assumere nuovi ricercatori: l’invecchiamento del corpo docente dipende sostanzialmente da questo.
Da guardare molto bene nel documento la tabella con l’incidenza dei costi del personale rispetto al totale dei fondi a disposizione.
Ora la commissione Muraro prova a proporre:
- l’introduzione “graduale” di meccanismi meritocratici basati sui risultati di gestione sia tecnico-scientifica che economica. Nella sostanza propone che un iniziale 5% del FFO di cui sopra venga assegnato non più su base storica, ma su base di merito (e propone un criterio);
- che gli atenei possano aumentare le tasse universitarie fino alla concorrenza del 25% del FFO, con vincolo di destinazione di almeno il 50% dei maggiori introiti ai servizi agli studenti ed alle borse di studio per i meritevoli;
- di “colpire” via via sul piano finanziario le università che non si adeguino ai meccanismi di buona gestione e di “best practices” delle università più virtuose [il Politecnico di Milano è tra quelle più virtuose].
Peraltro è in via di costituzione l’ ANVUR (Agenzia nazionale di valutazione del sistema universitario e della ricerca) che dovrebbe avere piena autonomia operativa e farsi garante di un sistema meritocratico basato su standard internazionali.
Quando poi si legge che, in questo quadro di desolazione, secondo uno studio pubblicato nel luglio 2004 su Nature, la produttività dei ricercatori italiani è terza nei paesi del G8, dopo Gran Bretagna e Canada, allora l’incazzatura cresce, ma davvero in modo esponenziale.
Abbiamo cervelli tra i migliori e facciamo di tutto per mandarli via (ma solo quelli sbagliati… sic!).
In questo post Alfonso illustra molto bene le possibili alternative e concrete opportunità per lui in Irlanda.
A proposito, grazie per aver detto di no.


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